 |
Tratto da: Un diamante è per sempre
Non avrebbero mai riconosciuto né avuto pietà di una giovane donna, Ramina, che durante la guerra ha perso tutto. Questo è quello che mi ha raccontato. Erano le 07:00 di una mattina piovosa, ero sveglia e stavo preparando un po’ di manioca per mio marito e la bambina. Lo facevo sempre fuori, era lì che avevamo il fuoco per cucinare. A un certo punto vidi correre verso di me alcune mie amiche. Erano terrorizzate e gridavano:«scappate, scappate, stanno arrivando quelli del RUF.» Sono tornata a casa, ho preso la mia bambina per legarla con una fascia dietro la mia schiena. Mio marito mi disse di andare nel bosco perché lì mi sarei potuta nascondere con mia fi glia. Lui voleva cercare di salvare il possibile, almeno le sementi di grano per la farina. Ho lasciato casa con il cuore in gola correndo verso la foresta che distava dal villaggio non più di cento metri. Presto mi raggiunsero delle altre persone, quasi tutte donne con i loro bambini. Scappavano tutti nella mia stessa direzione. Io provai a nascondermi dietro a dei cespugli. Guardando nella direzione del villaggio, si videro arrivare 5 o 6 jeep con sopra decine di ragazzi che imbracciavano i fucili.La bambina piangeva e non riuscivo a farla stare zitta, le misi la mano sulla bocca per attenuare le sue grida. Volevo aspettare mio marito, speravo di vederlo uscire di casa. Ero sola con mia figlia e non sapevo cosa fare. Quando le Jeep si fermarono in mezzo al piazzale del villaggio, i ragazzi del RUF scesero velocemente e cominciarono a sparare in aria e ad altezza d’uomo, e in varie direzioni. Gridavano, entravano nelle case e scaricavano la loro rabbia con chi trovavano dentro. Le donne venivano trascinate per i capelli in mezzo al cortile e poi picchiate con il calcio del fucile. Poi assieme a loro spinsero anche gli uomini. Mi ricordo che un anziano uscì dalla sua abitazione con le mani in alto, in segno di resa. Andò incontro a un ragazzo del RUF, camminava lentamente pregandolo di non sparare: in cambio gli avrebbe dato ogni sua cosa. Il ragazzo lo lasciò avvicinare a circa tre metri da sé, poi si voltò verso gli altri guerriglieri, quasi a cercare approvazione e si mise a ridere a gran voce. Il vecchio era fermo, immobilizzato dalla paura, tremava. Il ragazzo gli disse qualcosa che non capì, alzò il fucile e fece fuoco. Il vecchio allora stramazzò a terra in una pozza di sangue, ma si muoveva ancora.
Hai voglia a fare le morali sulla vita e sui poveri disgraziati... Quando ti tocca, cambi idea.
In questo straordinario libro d’inchieste, Luigi Pelazza traccia il percorso accidentato dei mali universali di questo Mondo quasi perfetto. Diamanti insanguinati, Clandestini, Zingari, Racket delle Bare e Pedofilia sono solo alcuni temi che ricompongono l’eterna tensione tra il bene e il male che l’autore propone attraverso l’esperienza del suo lavoro in prima linea. Dietro ogni indagine ci sono vite in pericolo, c’è un disagio atavico o solo un modo di affrontare la quotidianità che continua irrimediabilmente a gravitare intorno al denaro. Come si può raccontare la storia di quei bambini del Congo ripudiati e troppo spesso uccisi dai genitori perché una superstizione locale o uno stregone corrotto ha visto in loro il demonio? L’autore non si ferma alla fotografia del male, il suo istinto e la sua coscienza gli impongono di scavare nella vita e nelle motivazioni di ogni stato del mondo o di ogni regione italiana. Certo, quando ci si spinge troppo alla ricerca di un racconto obiettivo, a volte si rischia la vita. E capita anche che il cronista possa entrare nel mirino della camorra che lo ha già condannato. In questo Mondo quasi perfetto si segue però l’esempio del coraggio e, a volte, dell’incoscienza.
Leggi i primi capitoli
|